Si firma oggi a Sharm el-Sheikh la fine della guerra a Gaza che tutti chiamano “pace”, affinché il sogno diventi realtà. Perché per costruirla sul serio, la pace, “bisogna essere capaci di sognare”, come ammoniva Nelson Mandela. “Scintilla di speranza”, la bella espressione usata da Papa Leone.
Alla presenza di una ventina di Paesi, compreso il nostro, l’accordo sul cessate il fuoco tra il governo israeliano e i terroristi di Hamas raggiunto pochi giorni fa sulla base di un piano di ventun punti proposto e sotto l’impulso decisivo del presidente statunitense, Donald Trump, sarà solo il primo, eppur fondamentale passo di un lungo e impervio sentiero.
Che parte in queste ore con il rilascio degli ultimi e unici venti ostaggi israeliani sopravvissuti a due anni di segregazione e torture nei famigerati tunnel di Gaza in cambio della liberazione di quasi duemila detenuti palestinesi -molti dei quali autori di crimini atroci- da parte delle autorità di Tel Aviv.
Il lontano traguardo dell’insidioso percorso sarà il disarmo di Hamas e l’amministrazione politica con la salvaguardia militare della Striscia da parte di forze internazionali per consentire ai palestinesi di risentirsi a casa. Ma fra l’odierna intesa in Egitto a quel che accadrà in futuro, c’è di mezzo un mare di odio e di dolore che neppure il tempo riuscirà a lenire con la fretta, invece, necessaria.
Tuttavia, l’accordo egiziano e l’arrivo di Trump in Medio Oriente per suggellarlo, almeno certificano che indietro non si torna. Non è poco, pur con tante incognite.
Lo sa bene chi la guerra continua a subirla da 3 anni e quasi 8 mesi: Volodymyr Zelensky, il presidente degli ucraini aggrediti da Vladimir Putin.
Zelensky ha telefonato due volte a Trump per esortarlo a fare con lo Zar russo ciò che ha dimostrato di saper ottenere con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e con Hamas: fermare il conflitto tra nemici irriducibili.
Che la richiesta telefonica di pace per l’Ucraina non sia peregrina, lo testimonia la furiosa reazione del Cremlino. “Momento drammatico di escalation”, dicono a Mosca sulla possibilità che gli Stati Uniti forniscano i missili Tomahawk a Kiev per meglio difendersi. Potenza e lunga gittata di quei missili consentirebbero agli aggrediti di colpire le lontane basi militari, le fabbriche di droni e i depositi d’armi alla fonte dell’offensiva di Mosca. Qualcosa che potrebbe incidere sulle sorti del conflitto e indurre Putin a un negoziato, come auspica l’Occidente, che sostiene la resistenza ucraina “per una pace giusta e duratura”.
Dunque, lo spiraglio in Medio Oriente, dove l’impossibile e l’impensabile stanno accadendo (includendovi l’invito all’Iran, non accolto, di partecipare al vertice in Egitto; iniziativa che rende l’idea di quanto le cose possano cambiare), tale spiraglio di pace, si diceva, provoca i suoi effetti sull’altra guerra alle porte dell’Europa. Ridà un ruolo centrale a Trump, l’unico che può convincere Putin a fermarsi. Specie se lo Zar vedrà che gli Stati Uniti non sembrano più disposti a far soccombere Zelensky.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova