L’America e la partita a scacchi sul destino dell’Ucraina

Se la posta in gioco non fosse tra guerra e pace, quel che è successo lunedì scorso nell’incontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky a Washington, aggiungendovi le puntate in aggiornamento, somiglierebbe a una surreale telenovela.

Invece si tratta di una drammatica partita a scacchi sul destino dell’Ucraina -tuttora sotto incessante attacco della Russia- e sul futuro dell’Occidente. Come hanno ben compreso i leader dei principali Paesi europei -Italia in prima fila-, volati in America per non abbandonare Zelensky alla mercé di Trump. Perché è lui -non Putin, come si potrebbe ritenere-, l’uomo decisivo nella faticosa eppur necessaria trattativa appena partita. E che annuncia un possibile faccia a faccia tra i presidenti ucraino e russo entro agosto. Bilaterale e poi trilaterale col presidente statunitense. Sarà la svolta buona? “Sento i leader, c’è speranza”, dice Papa Leone.

Che la figura centrale della sfida sia Trump, lo ha compreso anche Zelensky. Stavolta non ha tenuto testa alle prepotenze dell’ammansito interlocutore, come sei mesi fa nella conferenza della vergogna con il presidente ucraino maltratto e cacciato dalla Casa Bianca. Stavolta Zelensky ha omaggiato il Re, confermandogli che comprerà armi americane per 100 miliardi di dollari. Un modo cinico per necessità, così da legare gli Stati Uniti alla sicurezza, specie aerea, di Kiev (senza ricorso a soldati Usa sul territorio, ha chiarito Trump).

Perché il paradosso della telenovela è proprio questo, e pure gli europei lo interpretano con saggio cinismo: aiutare Trump a ricordargli che lui non è un riguardoso mediatore dell’aggressore Putin, né il suo venditore di tappeti rossi, bensì il più importante e potente alleato dell’Occidente.

Impresa non facile, se si pensa che l’amico che si vuole ritrovare -Trump-, non s’accontenta più dell’ambìto premio Nobel per la pace. Come ha detto con battuta rivelatrice del suo “io sono io”, adesso punta direttamente al Paradiso, se sarà riuscito a fermare la mattanza di settemila soldati alla settimana nella guerra di Putin.

Del quale e nonostante la fiducia in lui riposta, ora Trump frena e forse già prevede: “E’ possibile che non voglia un accordo”.

E Putin, rieccolo, che aveva respinto le sedi di Roma o del Vaticano per le trattative in quanto -diceva-, non apparivano neutrali, oggi propone il luogo ideale per il vertice con Zelensky: Mosca, nientemeno. Dalla telenovela alla tragedia greca. Zelensky, diventato cinico, ma non stupido, ha declinato l’invito.

Sullo sfondo del faccia a faccia a Ginevra, a Budapest o dove sarà, resta tutto l’irrisolto: le dispute territoriali, le garanzie per la futura protezione degli ucraini, l’ipotesi di un’intesa sull’esempio dell’articolo 5 della Nato senza che l’Ucraina entri nella Nato, cioè come assicurare l’intervento di tutti se uno di loro fosse aggredito (proposta italiana).

Ma resta soprattutto il “niet” di Putin, che non cede sulla richiesta della sovranità di quanto s’è preso con la violenza. Né accetta la condizione posta da tutti per trattare: il cessate il fuoco.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova