Si deve a una donna battagliera e di un Paese piccolo (neanche un milione e mezzo di abitanti), l’estone Kaja Kallas, alta rappresentante della politica estera europea, la pubblica denuncia che troppi e tremebondi uomini di governo mai avevano osato pronunciare in faccia a Mario Rubio, il potente segretario di Stato americano.
Durante il vertice dei ministri del G7, ricordando che gli Stati Uniti già un anno fa avevano avvertito che, se Mosca avesse ostacolato gli sforzi statunitensi per porre fine alla guerra scatenata contro l’Ucraina, l’America avrebbe perso la pazienza e preso ulteriori misure contro il Cremlino, Kaja Kallas guardando negli occhi il suo interlocutore, gli ha chiesto: “Dopo un anno la Russia non si è mossa, quando finirà la sua pazienza?”.
Punto sul vivo, Rubio ha così risposto: “Stiamo facendo del nostro meglio. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte”.
Lo scontro Kallas-Rubio al massimo livello è la fotografia di quanto una parte sempre più consistente e indignata dell’opinione pubblica europea pensi del presidente Donald Trump. Il quale ostenta scarsa sensibilità per gli ucraini aggrediti e rivendica, invece, grande amicizia per l’aggressore Vladimir Putin. Pronto, inoltre, il presidente-Usa, al ritiro delle truppe dalla Germania: il disimpegno dall’Occidente sotto gli occhi di tutti.
Ma tale scontro ritrae anche l’indifferenza che l’America, paladina delle libertà, sta invece testimoniando nella sua quasi impazzita strategia di guerra e pace nell’universo. Del tutto incurante di porsi almeno l’obiettivo democratico di far rispettare i diritti umani ai regimi colpiti, dall’Iran in pieno corso di attacchi al precedente e dimenticato Venezuela.
Una politica che, oltre ai lutti, alle distruzioni e all’odio generato, sta dando vita a un “effetto a catena” di economie danneggiate ovunque, visto il blocco dello Stretto di Hormuz da cui passa il trasporto di un quarto del petrolio e un terzo del gas mondiali.
Significativo l’altro e parallelo scontro in Italia sull’ultimo decreto fiscale del governo. Da una parte Confindustria, che attacca: “E’ stata lesa la fiducia, le imprese sono penalizzate”. Dall’altra la difesa del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “E’ arrivato un choc non previsto, paragonabile a quello dell’Ucraina, ora dobbiamo capire chi aiutare”. Ecco l’effetto collaterale di una guerra lontana e del tutto estranea agli europei.
Ma neppure i popoli coinvolti nelle “imprese” di Trump hanno, finora, di che sperare. In nessuno dei 15 punti del piano della Casa Bianca proposto all’Iran per la tregua si prospetta la richiesta agli ayatollah di porre fine alla repressione e ai crimini contro la popolazione da quasi mezzo secolo.
Così come, sequestrato e incarcerato in America Nicolás Maduro, l’altro repressore d’ogni libertà dei venezuelani, non c’è stato il tanto sbandierato cambio di regime.
Dunque, le mire sul petrolio e il trumpiano “America first” a danno del mondo stanno sconvolgendo il Medio Oriente e non solo.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova