C’era una volta il voto regionale (o amministrativo che dir si voglia). Candidati che conoscevano bene il proprio territorio, si presentavano al giudizio degli elettori per la presidenza con tanto di squadra in lista e indicando il da farsi. O il completarsi nel caso della richiesta di un bis.
Non che l’evento fosse avulso dalla politica nazionale, al contrario.
L’esito delle consultazioni a macchia di leopardo nelle venti regioni italiane (15 a statuto ordinario e 5 speciali), aveva sempre un effetto sul governo.
Celebri, nella primavera del 2000, restarono le dimissioni di Massimo D’Alema dalla presidenza del Consiglio per il risultato negativo che il centrosinistra aveva registrato in otto delle quindici regioni andate alle urne. Con la perdita di Lazio, Calabria, Abruzzo e Liguria che governava.
Regioni e Palazzo Chigi, dunque, non sono entità slegate tra loro né avulse da quello che succede in Italia e nel mondo.
Ma adesso si sta esagerando, come testimonia l’ultimo voto nelle Marche, che ha premiato il centrodestra, punito il centrosinistra e registrato un’affluenza alle urne mai tanto bassa. Ha votato appena il 50%, cioè un elettore su due ha rinunciato a esercitare il suo sovrano diritto.
La notevole astensione viene da lontano e rischia di ripetersi anche nel voto in Calabria, domenica prossima. Sono molte e diverse le motivazioni che nelle democrazie occidentali da tempo spingono gli elettori a restare a casa. Indifferenza, indolenza, protesta: c’è di tutto.
Ma certo è difficile mobilitare gli italiani a un voto regionale se poi -soprattutto negli ultimi giorni, com’è capitato nelle Marche-, la campagna elettorale si fa sulla Palestina, anziché su come garantire la sanità nell’ospedale dietro casa. O come creare lavoro nelle aziende locali in difficoltà. I giovani che emigrano, la sicurezza che traballa e altri, tanti problemi vissuti ogni giorno da chi risiede nelle regioni al voto.
Non è qualunquismo chiedere: ma che c’entra la Palestina? Tanto più che nell’era globale già tutti viviamo e condividiamo il dramma di Gaza, pur con diverse sensibilità e opinioni. Però dal governatore delle Marche o della Calabria non ci si aspetta che telefoni a Netanyahu per protestare.
A quello pensano istituzioni nazionali e internazionali. Non per caso la concreta proposta di pace appena presentata per Gaza è firmata dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avallata da 8 Paesi arabi, dall’Unione europea e accettata da Israele in attesa della risposta di Hamas. Con tutto il rispetto non si capisce che cosa potrebbero mai aggiungere le amministrazioni marchigiane o calabresi.
La verità è che in fondo è molto più complicato e faticoso dare risposte realistiche e competenti ai concreti problemi regionali, che non buttare il pallone in tribuna ideologica. Senza, oltretutto, scoprire qualcosa di nuovo o sconosciuto, perché oggi siamo informati e consapevoli delle grandi e lontane questioni universali.
Invece poco o niente sappiamo su come affrontare le questioni regionali a noi vicine. Per questo si vota.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova