Ma se la benzina è più cara la colpa è di Trump e di Putin

I camion sono ripartiti e al sud i blocchi stradali sono finiti: si torna alla normalità. E’ il risultato del decreto-legge che ha stanziato 175 milioni per l’autotrasporto, l’agricoltura e la pesca per far fronte al caro-carburanti.

Ma c’è poco da consolarsi: è evidente che lo sforzo del governo, così come l’annuncio dell’Eni e di Q8 di congelare il prezzo di benzina e diesel sino alla fine dell’anno, rappresenta solo una misura urgente e necessaria, e tuttavia insufficiente per risolvere l’emergenza.

E’ un’emergenza profonda, viene da lontano e purtroppo si prospetta a tempo indeterminato, trattandosi dell’esito imprevedibile, ma diretto e indiretto, di ben due guerre: quella in Medio Oriente col blocco di Hormuz, cioè un danno economico immediato sul costo di carburante. E poi il conflitto alle porte d’Europa, che ha messo a nudo la mancanza di autonomia energetica dell’Ue e dell’Italia. Il continente dipendeva per il 40% dal gas russo prima dell’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina.

Dunque, il governo sarà costretto a intervenire a getto continuo, come del resto aveva fatto in precedenza abbassando le accise di settimana in settimana. Già però sapendo che le sue decisioni potranno tamponare alla bell’e meglio le cose, ma non saranno risolutive. Non possono esserlo, perché la benzina e il gasolio salgono -detto in modo brutale, ma veritiero- per le decisioni prese (o non prese) da Trump e da Putin nelle due aree dei conflitti in pieno e drammatico corso l’uno. Oppure l’altro sospeso in attesa del voto di metà mandato negli Stati Uniti fra una decina di giorni (ma intanto la libera navigazione nello Stretto di Hormuz per trasportare gas e petrolio è ancora un miraggio).

Hormuz e Ucraina, una chiusura a tenaglia che alla fine danneggia soprattutto l’Europa.

A fronte di questa situazione viene quasi da rimpiangere un altro brutto periodo energetico da dicembre 1973 a giugno 1974, passato dalla cronaca alla storia come crisi dell’austerità.

Le domeniche senz’auto di allora, le targhe alterne, la riduzione dell’illuminazione pubblica e soprattutto l’aumento del prezzo della benzina da un giorno all’altro del 25% oggi appaiono meno insidiosi, paradossalmente, dell’imprevedibile e grave scenario in vista.

La supera passava da circa 160 a 200 lire al litro. Molto per l’epoca. Alla fonte c’era sempre un conflitto e sempre in Medio Oriente.

Lo choc petrolifero all’origine dell’Italia appiedata era l’effetto della guerra del Kippur tra Israele e una coalizione di Paesi arabi con in testa Egitto e Siria (ottobre 1973).

Contrariamente a quel che crediamo o speriamo, la storia non insegna niente a nessuno. Già allora avremmo dovuto investire idee e denaro per rendere l’Italia energetica più forte e indipendente. Invece 13 anni dopo abbiamo pure rinunciato al nucleare, unico fra i grandi Paesi industriali ad averlo fatto sull’onda di Chernobyl.

E così oggi paghiamo al distributore di benzina l’esplosiva combinazione fra ritardo nazionale, indugio europeo e guerre vicine e lontane.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova