Ma la glorificazione di Mladic fa molto male alla Serbia

Terrorista o patriota? Il dilemma attraversa da sempre la politica e mette la storia con le spalle al muro. Quante grandi personalità sono state considerate con tutto lo sdegno possibile in una determinata epoca e poi rivalutate con encomio in altro periodo.

L’opposto giudizio dipende da tante cose. Dalla “causa” alla quale il personaggio s’è dedicato. Dalla mutata sensibilità dell’opinione pubblica e del tempo che passa sulla vicenda. Dalla circostanza che l’anatema o l’elogio pronunciati sono spesso frutto di chi ha condiviso o contrastato l’opera del terrorista oppure patriota, a seconda.

Forse il caso più emblematico riguarda la figura di Nelson Mandela, Nobel per la pace e considerato oggi e da tempo uomo esemplare da tutti. Eppure, fu condannato per terrorismo in Patria dall’allora governo segregazionista. Incredibile, anche per l’esempio civile che Mandela ha poi donato all’universo, trasmettendo umanità, giustizia e “riconciliazione in cambio di verità” persino con i brutali responsabili dell’Apartheid che l’avevano imprigionato per 27 anni.

Ma nell’era moderna non s’era ancora visto che un condannato all’ergastolo da parte del Tribunale penale internazionale con prove certe e documentate per genocidio -il generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, soprannominato, non a caso, il “boia di Srebrenica”-, verrà celebrato, ora che è morto a 84 anni nel carcere all’Aja, con funerali di Stato e onori militari in Serbia.

Non passi inosservato il contestuale e osceno tributo con cori e striscioni che gli ultrà della Stella Rossa gli hanno di nuovo riservato e per il quale tributo già in passato le autorità sportive europee avevano sanzionato la squadra di calcio di Belgrado. Ora l’ente Memoriale di Srebrenica chiede alla Uefa che il club venga bandito dalle competizioni europee.

Ma la vicenda istituzionale di chi scambia per eroe un massacratore, colpevole di “pulizia etnica” con migliaia di civili, bambini compresi, sulla coscienza, è di gravità inaudita. Anche perché la Serbia bussa da tempo alla porta dell’Unione europea. Sono queste le prove di democrazia in cammino che l’Europa contava di poter ottenere dal Paese privo di lunga e acquisita tradizione al riguardo?

Già il percorso politico è accidentato a causa dei forti e controversi vincoli politici ed economici con la Russia di Vladimir Putin.

Ma questa vergogna di Stato rischia di compromettere il processo di integrazione europea, che pure è interesse di tutti, serbi ed europei.

L’annunciato omaggio a un criminale di guerra rivela anche la grande incertezza geopolitica che tuttora regna in questa parte d’Europa a noi tanto vicina e già teatro drammatico di guerra feroce.

L’instabilità del Kosovo, dove l’Italia è protagonista della missione Nato-Kfor nella linea di confine con la Serbia, è nota. Siamo lì per mantenere e sorvegliare la pace, ben sapendo quanto rancore etnico ancora covi sotto la cenere da parte di tutti contro tutti.

Ma certo questa glorificazione di Mladic annunciata da Belgrado non aiuta nessuno e fa molto male alla Serbia.

Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova