Donald Trump va (o torna) alla guerra commerciale. A ore il presidente degli Stati Uniti intenderebbe imporre nuove tariffe a una sessantina di Paesi e si salvi chi può. I dazi globali del 10% che già aveva appioppato a mezzo mondo scadranno a giorni ed ecco -rivela il Financial Times-, che l’uomo, come Mike Bongiorno insegnava, non lascia, ma raddoppia.
Dopo aver già colpito le merci brasiliane col 25% ed aver annunciato il doppio esatto, il 50, per quelle canadesi, la nuova serie di attacchi tassativi e imminenti dovrebbe o potrebbe oscillare tra il 10 in scadenza e il 12,5%.
Ma Trump cura i suoi dazi e perciò nessuno è realmente in grado di sapere quale sarà l’importo finale dei balzelli e chi ne farà le spese dopo che, pochi mesi fa, la Corte Suprema aveva bocciato la facoltà presidenziale di ricorrere ai poteri d’emergenza rivendicati dalla Casa Bianca per attuare l’offensiva tariffaria.
La nuova strategia a sorpresa, in attesa che Trump, come sta facendo, adotti la via legale che i suoi giuristi stanno studiando per non incorrere più nell’altolà della Corte Suprema, produce, tuttavia, gli stessi effetti negativi.
Negativi non solo per i Paesi destinatari delle sue tutt’altro che disinteressate ripicche economiche. E tra i quali quelli europei, a lui antipatici da sempre in ogni ambito e con qualunque scusa, non è detto che la scamperanno. Almeno alcuni di essi. Anche se in teoria i dazi dovrebbero riguardare in particolare i Paesi con pratiche di lavoro forzato.
Ma negativi, gli effetti, potrebbero essere pure per lui, come gli dicono i consiglieri più fidati eppur inascoltati, perché in vista ci sono le elezioni di metà mandato che ridisegneranno, il 3 novembre, gli equilibri tra Congresso e Casa Bianca in America. E i risvolti economici di questa instabilità permanente e mancanza di fiducia verso partner commerciali che sono spesso alleati di prim’ordine, rischiano di riversarsi sulla vita e i consumi quotidiani dei prossimi elettori americani.
Non guerre, ma negoziati sarebbero, sempre, la strada maestra anche per i dazi da affibbiare con i conseguenti contro-dazi di ovvio ritorno.
Questa nuova ondata di balzelli arriva nel bel mezzo di un altro conflitto in astratto sospeso, secondo l’accordo farlocco firmato dai due contendenti: il conflitto armato fra Stati Uniti ed Iran.
Lo Stretto di Hormuz continua a essere chiuso, mentre gli Stati Uniti hanno bombardato l’Iran per la decima notte di seguito e Kuwait e Bahrein sono sotto attacco di missili e droni iraniani.
L’America, inoltre, piange i primi morti (17 soldati a oggi) e tutto ciò nulla di buono lascia presagire.
Trump si trova nella morsa fra il non poter ritirarsi senza aver ottenuto qualche successo geopolitico -minimo: la libera e gratuita riapertura di Hormuz- e di dover allo stesso tempo impegnarsi molto di più negli interventi militari contro Teheran. Come d’altra parte lui stesso ha minacciato che farà (“non abbiamo finito il lavoro”). Specie se gli Houthi, alleati dell’Iran, bloccheranno la navigazione pure nel Mar Rosso.
Pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza, Bresciaoggi e Gazzetta di Mantova